Ha il sapore delle cose belle e perse, la silloge poetica “Nella casa del sole” di Marisa Attolini, Tabula Fati 2009. Perse, perché l’autrice, poetessa affermata, sembra non intenda perseguire l’obiettivo di ammaliare il lettore impressionandolo con parole forti e contenuti inverosimili, come invece fa, nel nostro tempo, la maggior parte di coloro che scrivono. Versi e pensieri sono a misura delle emozioni dell’autrice: le sue poesie sono frammenti di un discorso intimo indirizzato alla madre e a se stessa. I ricordi si innestano su riflessioni elaborate nel corso di un’intera esistenza: anche la poesia più diretta, all’improvviso, abbandona il sentiero del ricordo descrittivo per inseguire pensieri e sensazioni legati, sembra di capire, ad eventi che hanno segnato la parabola della vita.
L’elegia in memoria della madre rivela allora la narrazione di sé da una particolare angolatura, la donna in fieri che conosce e si confronta con la figura femminile materna troppo grande da definire compiutamente. In punta di piedi si può, allora, entrare nel rapporto madre – figlia: il limite per non andare oltre è dato dalla stessa autrice con i richiami a ciò che non è detto esplicitamente.
Antonella Santarelli
http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.net/?t=42657669&view=getlastpost#lastpost
sabato 12 settembre 2009
venerdì 22 maggio 2009
RECENSIONE di Renzo Montagnoli a NELLA CASA DEL SOLE
Dedicata alla madre scomparsa, questa silloge è un percorso esistenziale dell’autrice volto alla metabolizzazione di un evento quale la morte, che impedisce alle persone che restano un completamento del rapporto con l’estinto.
E’ una fase consciamente o inconsciamente sempre presente e procede necessariamente per gradi, arrivando poi all’identificazione con il defunto e infine nel ritrovamento di se stessi.
Si tratta di una catarsi vera e propria, una presa di coscienza dell’ineluttabilità del fatto, da cui sempre si esce con un ricordo della persona amata accompagnato da malinconia, e non più dal dolore.
Non vuol dire solo che “la vita continua”, ma che ora si procede da sé, pur insieme alla memoria. Chi non c’è più non verrà cancellato, non sarà dimenticato, ma si penserà a lui con un affetto soffuso.
Le poesie di Marisa Attolini sono stralci di memoria, piccole carezze dell’anima che non possono lasciare indifferente il lettore. La presenza, pressoché costante, della natura aiuta questa trasformazione dello stato emotivo, smussa gli eccessi, inquadra il tutto nel supremo ordine naturale delle cose e conferisce alle liriche una grazia del tutto particolare ( Il picchio scandiva le ore / del tempo sull’ippocastano / fiorito e il bosco stormiva / all’aria leggera e cantava / il profumo di giorni sereni /…).
Senza che possano essere definite in senso stretto bucoliche, tuttavia l’ambiente è quello della vita a contatto con la natura ( Correva la carraia / verso le zolle arate / dalla mano solerte / dei tuoi padri e / … - oppure - Il pettirosso è ritornato / dondola sul tenero ramo / del gelsomino addormentato /…).
Così, con gradualità si compie il percorso e si arriva al termine ( La luce del buio / rischiara il cammino / sui sentieri dell’anima / guida il mio passo e / ti rivedo raccolta / nella grotta della vita / ricomporre il tuo presente / rammendare le parole / che l’amore intriso / perpetuo canti musica / e riposo al cuore / dei tuoi figli miei / e futuri Mamma / che tu sei e vivi / nell’eternità della vita).
La lettura è sicuramente consigliata.
Renzo Montagnoli
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=5145
E’ una fase consciamente o inconsciamente sempre presente e procede necessariamente per gradi, arrivando poi all’identificazione con il defunto e infine nel ritrovamento di se stessi.
Si tratta di una catarsi vera e propria, una presa di coscienza dell’ineluttabilità del fatto, da cui sempre si esce con un ricordo della persona amata accompagnato da malinconia, e non più dal dolore.
Non vuol dire solo che “la vita continua”, ma che ora si procede da sé, pur insieme alla memoria. Chi non c’è più non verrà cancellato, non sarà dimenticato, ma si penserà a lui con un affetto soffuso.
Le poesie di Marisa Attolini sono stralci di memoria, piccole carezze dell’anima che non possono lasciare indifferente il lettore. La presenza, pressoché costante, della natura aiuta questa trasformazione dello stato emotivo, smussa gli eccessi, inquadra il tutto nel supremo ordine naturale delle cose e conferisce alle liriche una grazia del tutto particolare ( Il picchio scandiva le ore / del tempo sull’ippocastano / fiorito e il bosco stormiva / all’aria leggera e cantava / il profumo di giorni sereni /…).
Senza che possano essere definite in senso stretto bucoliche, tuttavia l’ambiente è quello della vita a contatto con la natura ( Correva la carraia / verso le zolle arate / dalla mano solerte / dei tuoi padri e / … - oppure - Il pettirosso è ritornato / dondola sul tenero ramo / del gelsomino addormentato /…).
Così, con gradualità si compie il percorso e si arriva al termine ( La luce del buio / rischiara il cammino / sui sentieri dell’anima / guida il mio passo e / ti rivedo raccolta / nella grotta della vita / ricomporre il tuo presente / rammendare le parole / che l’amore intriso / perpetuo canti musica / e riposo al cuore / dei tuoi figli miei / e futuri Mamma / che tu sei e vivi / nell’eternità della vita).
La lettura è sicuramente consigliata.
Renzo Montagnoli
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=5145
sabato 14 febbraio 2009
mercoledì 1 ottobre 2008
RECENSIONE di Arduino Rossi a CINQUANTA POESIE
E' una raccolta 50 poesie della poetessa abruzzese Anna Ventura, con la a-fronte pagina, tradotto dal valido poeta francese Paul Courget.
Sono liriche ispirate al mondo agreste o a oggetti semplici, con la loro magia.
Ci sono alberi e frutti, bambini,comignoli, altalene e campi fioriti, di un Abruzzo quasi antico, sicuramente sempre simile a se stesso, con la sua armonia: è un mondo minuto, senza grandi emozioni, ritmato dal sole e dalla Luna, dal trascorrere delle stagioni, lontano dal caos cittadino.
Particolarmente piacevoli sono gli Haiku, versi notoriamente difficili per la forma esile di 3 righe e di 5, di 7 e di 5.
La nostra poetessa conosce la materia ed evita quindi giochi di nomi banali, ma sa dare il meglio di sé con ritmi lievi, immagini veloci, come ricordi che transitano nella mente.
Anna Ventura è una Poetessa riconosciuta sia dalla critica, sia per il suo valore e con questa opera supera il confine del suo Abruzzo, portandola nella Francia dalla lingua musicale, morbida e decisa, grazie al valore di un ottimo poeta francese.
Arduino Rossi
Sono liriche ispirate al mondo agreste o a oggetti semplici, con la loro magia.
Ci sono alberi e frutti, bambini,comignoli, altalene e campi fioriti, di un Abruzzo quasi antico, sicuramente sempre simile a se stesso, con la sua armonia: è un mondo minuto, senza grandi emozioni, ritmato dal sole e dalla Luna, dal trascorrere delle stagioni, lontano dal caos cittadino.
Particolarmente piacevoli sono gli Haiku, versi notoriamente difficili per la forma esile di 3 righe e di 5, di 7 e di 5.
La nostra poetessa conosce la materia ed evita quindi giochi di nomi banali, ma sa dare il meglio di sé con ritmi lievi, immagini veloci, come ricordi che transitano nella mente.
Anna Ventura è una Poetessa riconosciuta sia dalla critica, sia per il suo valore e con questa opera supera il confine del suo Abruzzo, portandola nella Francia dalla lingua musicale, morbida e decisa, grazie al valore di un ottimo poeta francese.
Arduino Rossi
martedì 24 giugno 2008
RECENSIONE di Cristina Contilli a CINQUANTA POESIE
Il libro di Anna Ventura è una dimostrazione interessante di come la poesia possa trasformarsi in un dialogo a distanza tra persone che condividono la stessa poesia per la parola e per le sue implicazioni culturali ed esistenziali.
Questo libro, come spiega l’autrice nella prefazione, è nato, infatti, dal suo scambio di testi con il poeta francese Paul Courget che l’autrice non ha mai conosciuto di persona, ma con cui intrattiene da tempo una relazione epistolare.
Scrive, infatti, la Ventura nella prefazione: “Non avrei mai pensato che da questo scambio epistolare potesse scaturire un libro; mi accorgo oggi, che il libro c’è, e che deve nascere, come tutte le creature mature per farlo. Per me questo libro è importante: è il segno che la mia poesia è andata “oltre”: oltre la culla abruzzese, in cui è nata; oltre tutte le altre regioni italiane, in cui si è diffusa, oltre le occasioni che l’hanno portata anche in molti paesi europei e americani, per approdare, finalmente, in Francia, la meta più ambita: perché è lì, la patria della bellezza segreta, dell’amore al dettaglio minimo, che solo l’occhio esercitato può cogliere: la terra dei campi di lavanda e delle vetrate policrome; della carta da parati e dei poeti cortesi; la terra, dove non a caso, Leonardo ha lasciato le sue spoglie e la Gioconda.”
Le poesie della Ventura descrivono emozioni e luoghi sia vicini sia lontani (come Creta o la Spagna), raccontati con tocco musicale e leggero.
Cristina Contilli
http://www.literary.it/dati/literary/contilli/cinquanta_poesie.html
Questo libro, come spiega l’autrice nella prefazione, è nato, infatti, dal suo scambio di testi con il poeta francese Paul Courget che l’autrice non ha mai conosciuto di persona, ma con cui intrattiene da tempo una relazione epistolare.
Scrive, infatti, la Ventura nella prefazione: “Non avrei mai pensato che da questo scambio epistolare potesse scaturire un libro; mi accorgo oggi, che il libro c’è, e che deve nascere, come tutte le creature mature per farlo. Per me questo libro è importante: è il segno che la mia poesia è andata “oltre”: oltre la culla abruzzese, in cui è nata; oltre tutte le altre regioni italiane, in cui si è diffusa, oltre le occasioni che l’hanno portata anche in molti paesi europei e americani, per approdare, finalmente, in Francia, la meta più ambita: perché è lì, la patria della bellezza segreta, dell’amore al dettaglio minimo, che solo l’occhio esercitato può cogliere: la terra dei campi di lavanda e delle vetrate policrome; della carta da parati e dei poeti cortesi; la terra, dove non a caso, Leonardo ha lasciato le sue spoglie e la Gioconda.”
Le poesie della Ventura descrivono emozioni e luoghi sia vicini sia lontani (come Creta o la Spagna), raccontati con tocco musicale e leggero.
Cristina Contilli
http://www.literary.it/dati/literary/contilli/cinquanta_poesie.html
domenica 8 giugno 2008
RECENSIONE di Gian Paolo Grattarola a IL NANO DI VELAZQUEZ
Avverte Anna Ventura nella presentazione che il titolo di questo libro è dovuto a un personaggio che non è un buffone, bensì un dignitario della corte di Filippo II. La sua figura deformata, risulta tuttavia funzionale all’intenzione dell’autore di avventurarsi nelle regioni più scabrose dell’esistenza umana conservando un filo di sottile ironia.
La silloge si compone di 38 componimenti senza titoli, che pur nel mutare degli stili e delle forme obbedisce ad una tensione unitaria che ne governa intimamente l’intera struttura. Dal principio alla fine la pulsione dell’eros batte incessante e profondo nel sangue degli uomini e delle donne, avvinghiati in una comune morsa che è più forte di qualsiasi senso di colpa. Formiamo una specie di senato, di probiviri/ versati nell’etica dell’amore, nell’estetica/ ci addolora la misura preventiva, l’antica/ mutilazione delle appendici contro l’usanza/ medicinale del sesso, i peccatori versano/ enormi guaiti dolorosi, le donne sono/ intrepide (pag. 55).
Vi è un’attenzione drammatica rivolta alla corporeità femminile oltre e attraverso le forme, fin dentro il suo dinamismo psichico. Ma se Baudelaire ci aveva insegnato a coglierne l’erotismo e la sensualità nascosta, Rossano Onano ne evidenzia al contrario una drammatica carica di sensuosità compulsiva, ne teme la pericolosa seduzione della mantide (pag. 32). Le immagini femminili che incontriamo nei suoi versi risultano cariche di intensità e di pulsante fisicità , Donna d’agguato e di seduzione terrestre (pag. 33).
A tratti si ha l’impressione che egli possa rimanerne incantato dall’indomabile richiamo Non era possibile,/ uomini ancora un poco/ eludere le poppe dolorose (pag. 22), altrove avvertiamo invece la consapevolezza di una concupiscenza carica d’infausti presagi: Ti spalanchi sola nella notte/ contrariamente ai fiori/ spandi attorno profumi dolorosi (pag. 40). Come il Nano della celebre opera di Velazquez egli abita uno spazio di paura e di compulsione, e dinanzi alle nutrite schiere di giovani baccanti che si godono la preda, ognuna secondo il proprio gusto, Si aggira con attenzione compulsa dentro le rame del parco (pag. 14).
Mediante un espressionismo incisivo, frutto di una voce lucida e ad un tempo fortemente visionaria, Onano riesce a rendere palpabile un senso nudo e primordiale della donna, che da imperiosa e maliarda incantatrice ripiega duttilmente nella sua missione ancestrale di custode della vita. Con frequenza si affacciano gli studi e l’esperienza di medico psichiatrico nell’adombrare aspetti e manifestazioni comportamentali di aspetto grottesco e surreale, ma la sua poesia non scivola mai nell’affaire psycanalitique.
Rossano Onano è dotato infatti di un’eccellente narratività e di una lodevole capacità nel tratteggiare le scene, che gli consentono di realizzare un testo che alterna un uso sapiente di poesia in prosa e poesia in versi. E anche quando affiorano inattese figure di nani, magi e fate l’immaginario poetico non è solo metaforico ma profondamente simbolico. Rivela una naturale inclinazione verso la grande tradizione simbolista francese e lascia intuire una frequentazione con i poeti orfici italiani del secondo Novecento. Tensioni surreali, intellettuali, esistenziali, persino religiose pigiano in questo autore che non ha alcuna paura di rischiare. E ci consegna un testo che, nella multiformità di forme, suscita un profondo interesse per il tentativo d’impostare un discorso capace di slegare dalla realtà, legandoci ad un realismo mitico che è un luogo del tutto diverso e altrettanto concreto della realtà quotidiana.
Gian Paolo Grattarola
http://mangialibri.com/?q=node/2253
La silloge si compone di 38 componimenti senza titoli, che pur nel mutare degli stili e delle forme obbedisce ad una tensione unitaria che ne governa intimamente l’intera struttura. Dal principio alla fine la pulsione dell’eros batte incessante e profondo nel sangue degli uomini e delle donne, avvinghiati in una comune morsa che è più forte di qualsiasi senso di colpa. Formiamo una specie di senato, di probiviri/ versati nell’etica dell’amore, nell’estetica/ ci addolora la misura preventiva, l’antica/ mutilazione delle appendici contro l’usanza/ medicinale del sesso, i peccatori versano/ enormi guaiti dolorosi, le donne sono/ intrepide (pag. 55).
Vi è un’attenzione drammatica rivolta alla corporeità femminile oltre e attraverso le forme, fin dentro il suo dinamismo psichico. Ma se Baudelaire ci aveva insegnato a coglierne l’erotismo e la sensualità nascosta, Rossano Onano ne evidenzia al contrario una drammatica carica di sensuosità compulsiva, ne teme la pericolosa seduzione della mantide (pag. 32). Le immagini femminili che incontriamo nei suoi versi risultano cariche di intensità e di pulsante fisicità , Donna d’agguato e di seduzione terrestre (pag. 33).
A tratti si ha l’impressione che egli possa rimanerne incantato dall’indomabile richiamo Non era possibile,/ uomini ancora un poco/ eludere le poppe dolorose (pag. 22), altrove avvertiamo invece la consapevolezza di una concupiscenza carica d’infausti presagi: Ti spalanchi sola nella notte/ contrariamente ai fiori/ spandi attorno profumi dolorosi (pag. 40). Come il Nano della celebre opera di Velazquez egli abita uno spazio di paura e di compulsione, e dinanzi alle nutrite schiere di giovani baccanti che si godono la preda, ognuna secondo il proprio gusto, Si aggira con attenzione compulsa dentro le rame del parco (pag. 14).
Mediante un espressionismo incisivo, frutto di una voce lucida e ad un tempo fortemente visionaria, Onano riesce a rendere palpabile un senso nudo e primordiale della donna, che da imperiosa e maliarda incantatrice ripiega duttilmente nella sua missione ancestrale di custode della vita. Con frequenza si affacciano gli studi e l’esperienza di medico psichiatrico nell’adombrare aspetti e manifestazioni comportamentali di aspetto grottesco e surreale, ma la sua poesia non scivola mai nell’affaire psycanalitique.
Rossano Onano è dotato infatti di un’eccellente narratività e di una lodevole capacità nel tratteggiare le scene, che gli consentono di realizzare un testo che alterna un uso sapiente di poesia in prosa e poesia in versi. E anche quando affiorano inattese figure di nani, magi e fate l’immaginario poetico non è solo metaforico ma profondamente simbolico. Rivela una naturale inclinazione verso la grande tradizione simbolista francese e lascia intuire una frequentazione con i poeti orfici italiani del secondo Novecento. Tensioni surreali, intellettuali, esistenziali, persino religiose pigiano in questo autore che non ha alcuna paura di rischiare. E ci consegna un testo che, nella multiformità di forme, suscita un profondo interesse per il tentativo d’impostare un discorso capace di slegare dalla realtà, legandoci ad un realismo mitico che è un luogo del tutto diverso e altrettanto concreto della realtà quotidiana.
Gian Paolo Grattarola
http://mangialibri.com/?q=node/2253
RECENSIONE di Gian Paolo Grattarola a IMPULSO DI VERSO
Corre una vena impulsiva nel sistema arterioso di Gianfranco Contini, alimentata da un gurgite caustico che spoglia il mondo dalle sue tinte consolatorie. Alla base della sua ricerca poetica agisce una forma di maturità e di distacco ironico dalle cose cui ogni suo pensiero critico riconduce. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato con cui indica situazioni di disordine, di stravolgimento della morale e delle buone regole.
Dalla folgorante immediatezza con cui stigmatizza l’umiliante seduzione degli intrighi politico-economici : mentre altri strisciano nella politica/ come affare personale (Do i numeri pag. 39) e dalla mercificazione del mondo dell’editoria l’editore oggi/ è mercante d’idee/ non s’occupa d’arte/ non legge parole/ scritte dall’anima/ si fida soltanto/ di strateghi di vendite/ pigri editori/ trafficanti di pagine (Editori pag. 26), alla vibrante condanna con cui denuncia gli esiti distruttivi di una mentalità tecnologica : email/ essemmesse/ acronimi stranieri/ veicolano parodie di relazioni/ nel tempo senza storia/ di reti inaffidabili (Pensieri improvvisi pag. 14), l’amore che nasce/ nel mondo virtuale/ dovrebbe chiamarsi/ vanamore reale/ incapace di rendere/ virtuosi gli umani/ felice solo di offrire/ insipidi essemmesse (Vanamore pag. 31), i suoi versi non risparmiano alcun luogo comune.
Sono al contrario frammenti crudi e febbrili con cui sferza vizi e conformismi, con cui percepisce la realtà come un percorso obbligato di vacua omologazione : Il tempo del piacere/ non ha misura/ undici minuti/ possono illudere chi/ dell’inganno/ ha fatto motivo/ di esistere/ e ragione di vita (Undici minuti pag. 12).
Di questa amara riflessione dà conto la vibrante silloge di rime nude e spigolose di questo cantore afflitto da una modernità lacerata e lacerante, disperatamente proiettata verso un futuro con cui egli non sa venire a patti. Perché essa coincide irreversibilmente con una terribile bellezza, con una palingenesi gaudente il cui prezzo è la distruzione della natura e della tradizione, l’amputazione dell’anima : arrivano a creare un nuovo essere/davvero speciale/ né uomo né animale/ che crede di essere super/ mentre è solo/ e banale. (Vivere oggi pag. 37).
Il mondo contemporaneo è salpato ormai verso una nuova condizione, attraverso le acque cupe e tenebrose di un incubo orrendo, che velieri senz’ali/ non sanno governare/ e perdono la rotta/ sapendo sopportare/ l’annullamento fisico/ dell’essere animale. (L’artista pag. 34).
Gianfranco Contini oltre che poeta è anche psichiatra e dunque sa bene che non l’eliminazione dei sintomi, né l’adattamento alle regole del gioco sociale sono lo scopo precipuo di ogni sana terapia, ma piuttosto la chiarificazione del senso o del nonsenso immanente a questa vita. E non coltiva dunque l’ingenua illusione che sia possibile guarire da essa. L’ombra del crudo realismo del nostro tempo ci si proietta inesorabilmente di fronte ed egli allora vi contrappone il tentativo di afferrare la concretezza con la punta sagace delle dita, di trovare il senso ed il referente.
Senso che non è raggiungimento dell’oggetto o visione della meta, ma quel procedere incessante di errante dentro se stesso e nell’onestà di un impulso diverso/ intenso e gentile/ prorompente e fatale/ (Impulso diverso pag. 25) del proprio porsi di fronte al mondo.
Contini sostiene la dimensione non fittizia della poesia : antica e veritiera/come una bandiera/che non riesce a sventolare/ nell’aria rarefatta del mondo trasversale (Do i numeri pag. 38) o Il verso/ incazzato/ difende/ l’ultima libertà/ solo/ il poeta resiste/ alla globale/ banalità. (Poeti pag. 29), allungando, accorciando la scansione dei versi, spezzettandola talvolta con qualche a capo di troppo. Nella convinzione che essa non sia altro che il tentativo di restituire senso oggetti, egli le conferisce nuovo bisogno di vivere.
Un libro fremente e tormentato che, oltre la tensione liberatoria, esibisce un pathos singolare, la sincerità di una percezione dolorosa in cui la tinta cupa del tramonto ed il bagliore della speranza del giorno combattono strenuamente : tutti attendono l’alba/fingendo d’ignorare la sola certezza del tramonto (Pensieri improvvisi pag. 13).
Gian Paolo Grattarola
http://mangialibri.com/?q=node/2472
Dalla folgorante immediatezza con cui stigmatizza l’umiliante seduzione degli intrighi politico-economici : mentre altri strisciano nella politica/ come affare personale (Do i numeri pag. 39) e dalla mercificazione del mondo dell’editoria l’editore oggi/ è mercante d’idee/ non s’occupa d’arte/ non legge parole/ scritte dall’anima/ si fida soltanto/ di strateghi di vendite/ pigri editori/ trafficanti di pagine (Editori pag. 26), alla vibrante condanna con cui denuncia gli esiti distruttivi di una mentalità tecnologica : email/ essemmesse/ acronimi stranieri/ veicolano parodie di relazioni/ nel tempo senza storia/ di reti inaffidabili (Pensieri improvvisi pag. 14), l’amore che nasce/ nel mondo virtuale/ dovrebbe chiamarsi/ vanamore reale/ incapace di rendere/ virtuosi gli umani/ felice solo di offrire/ insipidi essemmesse (Vanamore pag. 31), i suoi versi non risparmiano alcun luogo comune.
Sono al contrario frammenti crudi e febbrili con cui sferza vizi e conformismi, con cui percepisce la realtà come un percorso obbligato di vacua omologazione : Il tempo del piacere/ non ha misura/ undici minuti/ possono illudere chi/ dell’inganno/ ha fatto motivo/ di esistere/ e ragione di vita (Undici minuti pag. 12).
Di questa amara riflessione dà conto la vibrante silloge di rime nude e spigolose di questo cantore afflitto da una modernità lacerata e lacerante, disperatamente proiettata verso un futuro con cui egli non sa venire a patti. Perché essa coincide irreversibilmente con una terribile bellezza, con una palingenesi gaudente il cui prezzo è la distruzione della natura e della tradizione, l’amputazione dell’anima : arrivano a creare un nuovo essere/davvero speciale/ né uomo né animale/ che crede di essere super/ mentre è solo/ e banale. (Vivere oggi pag. 37).
Il mondo contemporaneo è salpato ormai verso una nuova condizione, attraverso le acque cupe e tenebrose di un incubo orrendo, che velieri senz’ali/ non sanno governare/ e perdono la rotta/ sapendo sopportare/ l’annullamento fisico/ dell’essere animale. (L’artista pag. 34).
Gianfranco Contini oltre che poeta è anche psichiatra e dunque sa bene che non l’eliminazione dei sintomi, né l’adattamento alle regole del gioco sociale sono lo scopo precipuo di ogni sana terapia, ma piuttosto la chiarificazione del senso o del nonsenso immanente a questa vita. E non coltiva dunque l’ingenua illusione che sia possibile guarire da essa. L’ombra del crudo realismo del nostro tempo ci si proietta inesorabilmente di fronte ed egli allora vi contrappone il tentativo di afferrare la concretezza con la punta sagace delle dita, di trovare il senso ed il referente.
Senso che non è raggiungimento dell’oggetto o visione della meta, ma quel procedere incessante di errante dentro se stesso e nell’onestà di un impulso diverso/ intenso e gentile/ prorompente e fatale/ (Impulso diverso pag. 25) del proprio porsi di fronte al mondo.
Contini sostiene la dimensione non fittizia della poesia : antica e veritiera/come una bandiera/che non riesce a sventolare/ nell’aria rarefatta del mondo trasversale (Do i numeri pag. 38) o Il verso/ incazzato/ difende/ l’ultima libertà/ solo/ il poeta resiste/ alla globale/ banalità. (Poeti pag. 29), allungando, accorciando la scansione dei versi, spezzettandola talvolta con qualche a capo di troppo. Nella convinzione che essa non sia altro che il tentativo di restituire senso oggetti, egli le conferisce nuovo bisogno di vivere.
Un libro fremente e tormentato che, oltre la tensione liberatoria, esibisce un pathos singolare, la sincerità di una percezione dolorosa in cui la tinta cupa del tramonto ed il bagliore della speranza del giorno combattono strenuamente : tutti attendono l’alba/fingendo d’ignorare la sola certezza del tramonto (Pensieri improvvisi pag. 13).
Gian Paolo Grattarola
http://mangialibri.com/?q=node/2472
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